All’inizio, questo muro di Shanghai sembra quasi non dire nulla. L’immagine non si dichiara. Non arriva — filtra. Il colore si dissolve nella superficie come il tempo nella pietra: azzurri slavati, grigi lividi, accenni di una pittura che ha dimenticato la tela ed è rimasta sull’architettura. Le sbarre di ferro incorniciano il muro non con tensione, ma con una sorta di quieta autorizzazione. E poi, vicino alla base, qualcosa di inatteso: strisce rosse su un telo scartato, destinato un tempo alla discarica, ora appoggiato al muro come un’ultima pennellata. Grafico e consumato. Tessuto e facciata. E all’improvviso tutto non diventa più solo qualcosa da guardare — ma qualcosa da sentire.
Fotografato da Philippe Pelsmaekers.
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